Il 9 agosto 2005 abbiamo organizzato per la prima volta nella Repubblica Dominicana (RD) la celebrazione della Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni (GIPI). L’evento è stato registrato ed è disponibile qui.
Per quell’occasione ho preparato una conferenza intitolata “Il femminile nella cultura taína”, che ho tenuto nuovamente nella RD nell’ottobre dello stesso anno e a Londra nel marzo 2008.
A seguito dell’evento della Giornata, ho redatto una sintesi che è stata pubblicata sul quotidiano Listín Diario.
Per questo articolo sul sito web, ho elaborato la sintesi che riporto di seguito, alla quale ho voluto aggiungere una bibliografia.
Il femminile nella cultura taína
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Il femminile nella cultura taína:
religione, mitologia, società, sessualità, storia, poesia e magia
Sull’isola di Hispaniola, condivisa dalla Repubblica Dominicana e da Haiti, prima dell’arrivo degli spagnoli, le donne e il femminile erano presenti in molti ambiti della vita quotidiana e della spiritualità. Con la scoperta si impose una concezione patriarcale che relegò in secondo piano la memoria di quel femminile.
Di seguito si cerca di recuperare alcuni elementi di quel femminile perduto. L’esposizione inizia con una breve introduzione sul nome dell’isola e sulla parola «taíno»; ed è suddivisa in sei parti: religione o divinità; mitologia; la società taína precedente; la sessualità; la storia; poesia e magia.
Introduzione
L’attuale isola di Hispaniola aveva due nomi durante il periodo taíno. Pedro Martir de Anglería attribuisce, intorno al 1556, a quest’isola il nome di Quizqueya (o, se avessero avuto un alfabeto, forse si sarebbe scritto Kiskeya) che in taíno significava «cosa grande di cui non ce n’è di più grande», «grandezza», «universo», «tutto», come il dio greco Pan. Da parte sua, il grande scrittore e storico dominicano Emilio Tejera le attribuisce, nella sua opera «Indigenismos», il nome di Haiti (o, nella sua grafia, forse Ayití), che in lingua taína significa «terra alta». «Indigenismos» è il dizionario più completo della lingua taína esistente, con 1.383 pagine. A mio avviso, Kiskeya, nome femminile, era effettivamente il primo nome di quest’isola. Con il passare del tempo, a causa delle incursioni di altri popoli e, soprattutto, dopo l’arrivo degli spagnoli, i Taíno cominciarono a «rifugiarsi sulle loro montagne», quelle che diedero riparo all’ultimo grande ribelle, Guarocuya, e prevalse il nome di Ayití.
Il termine «Taíno» viene definito da Tejera come “uomo di bene. Bene […] Oggi quel termine viene usato per designare gli antillani di razza arahuaca e la loro lingua. Il prof. Félix Pérez Sánchez afferma che «è un errore etnologico chiamare “taínos” gli arahuaca». In realtà nessun autore antico applicò quel termine con tale accezione, ma oggi il suo uso è così diffuso […] che si è imposto nonostante sia un errore evidente”.
Anche in altre culture indigene dell’America esiste la parola «taíno». In guaraní, una delle lingue dell’Amazzonia, anch’essa appartenente alla famiglia arahuaca, «taihin» significa «persone di razza» o «persone di lignaggio», mentre in aimará, lingua del popolo amerindio che abita sulle rive del lago Titicaca, significa «primogenito». «Taíno» non era, quindi, il nome degli indigeni che abitavano quest’isola, bensì una semplice parola della loro lingua che significava «persona di bene». Tuttavia, è proprio la magia che nasce dall’oblio dei dati fattuali a spingerci a chiamarli «tainos», ovvero «esseri buoni». Il Dizionario della Lingua Spagnola definisce «aborigeno» come «originario del territorio in cui vive. Si dice del primo abitante di un paese, in contrapposizione a coloro che vi si sono stabiliti successivamente». I Taínos furono, quindi, gli aborigeni dell’isola di Ayití, poi chiamata La Española, successivamente divisa in due paesi.
Fray Bartolomé de las Casas, giunto ad Ayití nel 1502, scrisse: «… sono un popolo così amorevole, privo di avidità e adatto a ogni cosa che attesto alle Vostre Altezze che, nel mondo, credo non ci sia popolo migliore, né terra migliore; amano il prossimo come se stessi e hanno un modo di parlare dolcissimo e mite, sempre accompagnato da risate».
1. Religione
Le divinità della religione primitiva di Ayití (per religione si intende «l’insieme delle credenze o dei dogmi riguardanti la divinità») ci sono state tramandate grazie all’eredità del frate geronimita catalano Ramón Pané, giunto ad Ayití durante il secondo viaggio di Colombo (1494) nel suo geniale opuscolo «Relazione sulle antichità degli indigeni», che costituisce la prima raccolta etnologica scritta nel Nuovo Mondo. Tra gli studi successivi su questo argomento vanno sottolineati quelli del grande linguista strutturalista cubano José Juan Arróm, in particolare il suo «Mitologia e arti preispaniche delle Antille» (1975).
Pané riporta nella sua prefazione che il dio supremo viene chiamato “Yucahu Baguá Maórocoti”. Di lui dice che “credono che sia in cielo e che sia immortale, che nessuno possa vederlo e che abbia una madre, ma non abbia un inizio”. Da un lato, ci sarebbe Yocahú, che è lo Spirito della Yuca. D’altro canto, Baguá, che è il nome che i Taíno davano al Mar dei Caraibi, è lo Spirito del Mare. La cosa più curiosa è che i Taíno non si fermarono qui, ma con la loro cosmogonia arrivarono, nella definizione della loro divinità principale, oltre quanto fatto dagli occidentali o dai cinesi, introducendo nel loro concetto di Grande Spirito un’ultima sfumatura. Tale sfumatura si ottiene con l’aggiunta del termine «Maórocoti», che deriva da «ma», che significa «senza», e «órocoti», che significa «nonno», secondo la traduzione di Arrom; ciò significa letteralmente «senza nonni», ovvero la forza della matrilinearità. Così, i Taíno incorporano nel Grande Spirito immanente — la divinità suprema che tutte le culture aborigene americane hanno nella loro cosmogonia —, espressamente nella sua denominazione, un riconoscimento del loro principio originario femminile e non più di quello maschile, che col tempo va perdendosi.
La madre di Yocahú era Atabey. Pané afferma che «sua madre [di Yocahú Baguá Maórocoti] è chiamata Atabey, Yermao, Guacar, Apito e Zuimaco, che sono cinque nomi». Come sottolinea il professore portoricano Jalil Sued-Badillo, «la madre del Dio principale […] ha cinque nomi; il figlio solo tre». Nella società taína, secondo questo professore, il numero di nomi che si acquisiva in vita rispondeva a importanti meccanismi di differenziazione sociale. Da ciò si può dedurre che per i Taíno la Dea Madre fosse più potente del figlio. Questi nomi, secondo le diverse traduzioni, renderebbero questa Dea la Dea delle Acque, Colei che è all’Origine, la Tessitrice, la Nostra Luna (Forza delle Maree), La Benevola. È, quindi, la Dea che si prende cura della nascita, dell’acqua, della luna, delle maree, del nostro ciclo mestruale e delle tessitrici. Nella cultura e nella lingua yoruba degli schiavi africani giunti su quest’isola nel XVI secolo, questa divinità equivarrebbe a Yemayá.
Mentre Yocahú, dal punto di vista archeologico, è associata principalmente ai trigonoliti, Atabey appare in una grande varietà di rappresentazioni legate a molteplici funzioni: rituali generali come i cemí di pietra per gli altari, i duho o le cinture; rituali legati al rito specifico della cohoba come spatole vomitatorie o inalatori; ornamentali come collane, amuleti, sigilli per dipingersi il corpo; legate alla fertilità come trigonoliti, peni o pietre per il parto. Allo stesso modo, Atabey appare legata a molteplici animali come la rana, il serpente, l’inriri, l’iguana o il gufo, tutti legati alla fertilità, alla vita o al ciclo vita-morte-vita. Nell’immagine seguente si possono ammirare diverse rappresentazioni di Atabey fotografate a Miami nella collezione privata di Alfred Carrada.

Guabancex è la Signora dei Venti. A Guabancex Pané dedica il capitolo XXIII. La descrive come una cemí donna che quando «si adira fa muovere il vento e l’acqua, abbatte le case e sradica gli alberi» . Arrom sottolinea che «è noto che verso la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno si formano gli uragani che oggi, per uno strano misoginismo, vengono identificati con nomi femminili […] E i Taíno, per una curiosa coincidenza, li identificavano anch’essi come opera di una divinità femminile adirata che chiamavano Guabancex».
Queste sarebbero, a mio avviso, le tre forze principali della trilogia taína.
L’induismo, religione della civiltà vedica che si stabilì nella valle dell’Indo intorno al 1200 a.C. – curiosamente la stessa data indicata per le civiltà che si insediarono ad Ayití dal ritrovamento archeologico di Bayahíbe del 2005 –, aveva anch’esso una trilogia di forze al vertice del sacro: Brahma, Vishnu, Shiva, che incarnano tre forze: la creazione, la conservazione e la distruzione. Qui potremmo tracciare un breve parallelismo. La forza creatrice sarebbe quella femminile (Brahma, Atabey), la forza conservatrice sarebbe quella maschile (Vishnu, Yocahú) e la forza della distruzione sarebbe compito dell’energia neutra (Shiva, Guabancex) . Questa terza forza potrebbe essere quella in cui inserire omosessuali e lesbiche; in altre parole, sarebbe una sotto-forza sotto la protezione del femminile che nascerebbe con il compito di cambiare gli schemi preesistenti ormai superati.
2. Mitologia
La mitologia taína (per mitologia si intende «la narrazione meravigliosa situata al di fuori del tempo storico e interpretata da personaggi di carattere divino o eroico») è molto ricca. Per quanto riguarda il femminile, varrebbe la pena sottolineare, da un lato, il mito della creazione della donna e, dall’altro, il mito della ciguapa.
Il mito della creazione della donna potrebbe essere ricostruito sulla base dei capitoli II, VII e VIII di Pané e delle interpretazioni del portoricano Ricardo Alegría nel modo seguente:
C’era una volta un grande Taíno di nome Guahayona, che era contrariato perché uno che aveva mandato a raccogliere l’erba chiamata «digo» non era tornato. Così, Guahayona decise di uscire dalla grotta di Cacibajagua e disse alle donne: «Lasciate i vostri mariti e i vostri figli e andiamo in altre terre». Le donne lo seguirono, partirono tutte da Ayití e, dopo un lungo viaggio, giunsero all’isola di Martininó, dove lui lasciò tutte le donne.
Gli uomini di Ayití desideravano delle donne e le chiedevano al cielo. Un giorno, mentre si lavavano, videro cadere da alcuni alberi, scendendo tra i rami, delle figure simili a persone, che non avevano né sesso maschile né femminile; gli uomini cercarono di afferrarle, ma queste fuggirono come se fossero anguille. Chiamarono quattro «caracaracoles», persone affette da una malattia che rendeva la loro pelle molto ruvida. I «caracaracoles» le catturarono. Dopo averle catturate, si consultarono su come poterle trasformare in donne, dato che non avevano né sesso maschile né femminile.
Cercarono un uccello chiamato Inriri, che scava buchi negli alberi. Presero quindi quelle donne prive sia di sesso maschile che femminile, legarono loro mani e piedi, portarono l’uccello menzionato e lo legarono al loro corpo. E questo, credendo che fossero pezzi di legno, iniziò a fare ciò che è sua abitudine, beccando e scavando fori dove di solito si trova il sesso delle donne. E in questo modo, raccontano gli indigeni, nacquero le donne.
Riguardo a questo mito, si potrebbe ipotizzare che la storia di Martininó sia sicuramente un fatto vero che spiega perché su quell’isola – si ritiene che sia l’attuale Martinica – vivessero donne guerriere e autosufficienti, forse lesbiche, che ricorrevano agli uomini solo per procreare e, se i figli nati erano maschi, venivano portati via dall’isola per riconsegnarli ai padri. Ciò potrebbe essere messo in relazione con il mito greco delle Amazzoni e con Saffo, la grande poetessa dell’isola di Lesbo, vissuta nel VII secolo a.C., che Socrate chiamava «la bella», la quale si sposò, ebbe una figlia e fondò una confraternita di donne per cercare l’amore attraverso la delicatezza. Saffo, e per estensione la sua confraternita, è all’origine del termine «lesbica», sorella gemella delle donne di Martininó.
Per quanto riguarda la ciguapa, fu Javier Angulo Guridi a scrivere per primo un racconto su questa figura mitica nel 1866. Manuel Mora studiò, con vera devozione, questo mito e di ciò è testimonianza il suo articolo su «Indias, Vien Vienes e Ciguapas: Notizie su tre tradizioni dominicane”, pubblicato sulla rivista EME-EME nel 1974, e il suo romanzo “Goeiza”, Premio Siboney 1979. Nel 2005, l’archeologo Gabriel Atiles ha pubblicato su Internet: “Genesi di un mito. La Ciguapa a 139 anni dalla sua documentazione scritta. Analisi della percezione e della trasformazione del mito”. Atiles affermava che «la verità è che la Ciguapa è una leggenda diffusa in quasi tutto il paese»; sebbene «non vi sia nulla nella tradizione rupestre che ci parli della ciguapa».
Il mito potrebbe essere ricostruito come segue:
Gli anziani raccontano che esistono donne bellissime, chiamate ciguapas, di bassa statura, con la carnagione scura, gli occhi neri e a mandorla; con i capelli morbidi, lucenti e così lunghi da costituire l’unico indumento che copre i loro corpi; con le gambe lunghe e snelle; e con i piedi rivolti all’indietro. Alcune sarebbero persino splendidamente piumate.
Le ciguapas sarebbero donne selvagge, dotate di poteri magici, nonostante ciò sarebbero del tutto inoffensive ed estremamente timide – al punto da spaventarsi persino della gente. Le ciguapas vivrebbero sulle montagne, generalmente in caverne di montagna, sebbene si possano avvistare anche nelle pozze dei fiumi nelle notti di luna nuova.
Le ciguapas avrebbero un animo da cacciatrici e uscirebbero di notte dalle montagne alla ricerca o di strutto e carne cruda, oppure di qualche viandante notturno da stregare, amare e poi uccidere. Se la si guardasse negli occhi, stregherebbe con il suo potere e se l’uomo rispondesse al suo canto, sarebbe perduto per sempre. Incontrare una ciguapa poteva significare essere amati in modo incomparabile, ma anche essere strappati via da ciò che si conosceva per entrare per sempre nel mondo oscuro e notturno delle ciguapas.
Le ciguapas potevano essere catturate solo con un cane bianco e nero, con zampe a cinque dita, nelle notti di luna piena.
Personalmente, credo che, sebbene nella raccolta di Pané non si facciano menzioni specifiche delle ciguapas con quel nome, egli possa comunque alludere a loro nel prologo quando afferma che: «E credono che i morti appaiano loro lungo le strade quando qualcuno va da solo; perché, quando sono in molti insieme, non appaiono». Già a quell’epoca esisteva quella superstizione-paura della notte in solitudine e dell’ignoto… e col tempo quell’ombra si materializzò in una donna magica… Ma certo! Il magico è sempre stato femminile.
3. Società
La società taína era una società di classi, come quella indù, al vertice della quale si trovavano i caciques o le cacicas/caciquesas; seguivano i nitainos; la massa del popolo che si potrebbe definire taínos; e, infine, i naborías, che servivano il resto.
Credo che il concetto di classe sociale tra i Taíno non fosse fondato esclusivamente sulla ricchezza materiale o sui possedimenti. Dal poco che è stato effettivamente raccolto su di loro all’epoca, si può dedurre che la forza e l’evoluzione spirituale fossero criteri importanti per la selezione naturale dei loro capi e per la stratificazione delle loro classi sociali.
Seguendo le massime attribuite al filosofo dell’antichità greco-egizia, Ermete Trismegisto, nel «Kybalion» e, in particolare, il «principio di corrispondenza» secondo cui «come è sopra così è sotto, come è sotto così è sopra», si può affermare che, così come gli dei avevano ad Ayití una preminenza femminile, così anche la società presentava una preminenza matrilineare.
Il dottor Marcio Veloz Maggiolo, nella sua “Archeologia preistorica di Santo Domingo”, afferma che “il matrimonio monogamico e la successione matrilineare predominavano nella società taína”. Egli sostiene inoltre che “la donna si faceva carico del lavoro maggiore”.
4. Sessualità
Jalil Sued afferma che: «Fray Bartolomé de las Casas dedicò tre capitoli della sua “Apologética Historia” a dimostrare la “superiorità” dei costumi sessuali indigeni rispetto a quelli di molti popoli di altre parti del mondo».
La donna taína aveva libero accesso al sacerdozio, alla guida della società e a una sessualità libera. La cultura spagnola che si impose, dominata dall’ideologia cattolica, si era progressivamente chiusa a tutto ciò.
La Chiesa cattolica, già a quel tempo, aveva inferto tre colpi mortali al magico-femminile. In primo luogo, aveva escluso le donne dal sacerdozio, relegandole al ruolo di serve di quella Chiesa (nel III secolo, quando gli gnostici – un gruppo cristiano che ammetteva sia uomini che donne al sacerdozio – furono considerati eretici). In secondo luogo, eliminando dal corpus dottrinale della Chiesa la reincarnazione o metempsicosi, cosa che avvenne nell’anno 553 durante il Secondo Concilio di Costantinopoli. Essendo la reincarnazione una spiegazione «magica», che trascende ciò che la mente patriarcale e lineare è in grado di comprendere, risultando quindi pericolosa in quanto sfuggiva al controllo dell’uomo, essa fu soppressa. Non va inoltre trascurato il fatto che si nasce sempre da una donna. In terzo luogo, vietando definitivamente il matrimonio dei sacerdoti durante il Primo e il Secondo Concilio Lateranense, nel 1123 e nel 1139. Decretando la separazione assoluta tra il sesso e il sacro e demonizzando la sessualità, in Occidente si è castrata la capacità di lasciarsi andare e giocare con il sesso, creando, alimentando e diffondendo molte situazioni atipiche e malsane.
Confrontando questa demonizzazione della sessualità e il suo allontanamento dal sacro con la concezione taína, si può comprendere meglio l’abisso. Queste due percezioni così diverse del femminile, della sessualità e del magico tra la cultura che regnava ad Ayití e quella che arrivò dall’esterno costituirono il substrato che trasformò l’incontro in uno scontro tragico tra civiltà.
5. Storia: Anacaona
Purtroppo, non esiste alcuna ricerca storica rigorosa sulla figura di Anacaona (o, se esiste, non ne sono a conoscenza). Il grande storico dominicano Demorizi non menziona nemmeno il nome di Anacaona in nessuno dei suoi indici. Eppure Anacaona fu, alla morte del fratello, la cacica di Jaragua, il cacicazgo politicamente meglio strutturato di tutta Ayití. Allo stesso modo, c’è chi ritiene che, alla morte del marito Caonabó, Anacaona sia diventata la cacica di Maguana. A sud c’era un’altra grande caciquesa, Higuanamá. Insieme, le due donne controllavano con la loro autorità femminile il sud dell’isola.
La figura di Anacaona è raffigurata in romanzi storici come «Enriquillo» (1882) di Manuel de Jesús Galván e «Anacaona. La regina del Nuovo Mondo» (2003), scritto dall’avvocato Fernando Hernández Díaz per onorarla in occasione del cinquecentesimo anniversario di quell’assassinio.
Fernando Hernández racconta come Anacaona combatté nella battaglia di Jánico e fu determinante per liberare gli altri capi tribù; partecipò alla battaglia di Guaco; e fu l’unica tra i capi tribù – a parte Guacanagarix, che fin dall’inizio si schierò con gli esploratori – a difendere fino alla fine il dialogo con i nuovi arrivati.
Non solo ad Anacaona non è stato dedicato alcuno studio storico approfondito e rigoroso, ma non compare nemmeno nella maggior parte delle enciclopedie. È triste constatare che lei non vi figuri, mentre invece compare suo nipote, Guarocuya, che però è indicato con il nome cristiano, Enriquillo. Forse anche questo ha influito: Anacaona non si convertì mai al cristianesimo: era la Grande Regina e la Grande Sacerdotessa, che celebrava i propri rituali magico-religiosi in una grotta situata nei pressi dell’odierna Léogane, ad Haiti, a due ore e mezza a ovest di Port-au-Prince. Anacaona era una capotribù che possedeva la dignità necessaria per non piegarsi spiritualmente davanti ai conquistatori.
A mio avviso, Anacaona presentava molte somiglianze con Isabella I di Castiglia. Entrambe erano donne capaci di coniugare la saggezza del femminile con il temperamento d’azione maschile; entrambe erano donne che avevano integrato nel proprio essere tutto ciò che era integrabile ed erano complete e sagge.
Anacaona fu giustiziata da Ovando nel 1503, contro la volontà di Isabella I di Castiglia. Se Anacaona e Isabella, queste due grandi donne, avessero potuto conoscersi di persona e unire la forza delle loro saggezze femminili, forse l’esito della scoperta avrebbe preso una piega diversa.
Lo stesso anno in cui Ovando giustiziò Anacaona, il 1503, i fratelli Trejo portarono a Higüey l’immagine della Vergine dell’Altagracia dal piccolo villaggio di Garrovillas in Estremadura (Spagna), la stessa regione da cui proveniva Ovando. Così si chiudeva un cerchio magico.
A questo punto mi permetto di avanzare un’ipotesi: che lo spirito del femminile supremo incarnato da Anacaona su quest’isola prima dell’arrivo degli spagnoli fosse andato ad abitare nel cuore della Vergine dell’Altagracia, quella Vergine, Patrona di questo paese, che dal 1503 raccolse il testimone ad Ayití, adattata ai canoni della cultura del conquistatore, ma rimanendo l’alfiere della forza del femminile, del magico e del miracoloso. Nell’altra metà dell’isola, nell’odierno Haiti, solo nei riti vudù sopravvive un’immagine indigena: Anacaona.
6. Poesia e magia
I Taíno, popolo sensibile e benevolo, amavano la poesia. Hernández Pérez de Oliva nella sua «Storia dell’invenzione delle Indie» (1528) afferma che: «Queste favole, per mancanza di lettere, erano annotate da quelle genti in versi misurati… I sacerdoti le conoscevano e le insegnavano ai figli dei re affinché le cantassero durante le feste e altri potessero ascoltarle».
Il loro modo di parlare «sempre dolce e allegro», come lo definiva all’inizio prendendo in prestito le parole di Las Casas, è molto adatto alla poesia, poiché per recitare occorre molta allegria e, come ho scritto in una mia poesia intitolata «Fluire con la forza dell’amore»:
«Una fede che su quest’isola
è canto, danza e risata,
poiché qui persino le tristezze
si affrontano con allegria».
Sembrerebbe che Anacaona fosse anche una grande poetessa. Il barone Emile Nau, in «Histoire des Caciques de Haïti» (Parigi, 1894), la descrive come «graziosa regina e illustre poetessa». Questa citazione è tratta dal romanzo di Fernando Hernández Díaz.
Concludo con una poesia che la mia fantasia attribuisce ad Anacaona e che questa rivolgerebbe alla mia regina Isabella (ho cercato sotto il cielo e sulla terra qualche traccia di una poesia scritta da Anacaona, ma purtroppo non ho trovato nulla). Tre parole sono presenti nel dizionario degli indigenismi e altre due fanno parte dell’immaginario del crogiolo (aurijuna per straniera; e guaitiao per gli amici dell’anima che sacralizzano il loro impegno unendo i loro sangui…):
Aurijuna Isabel Straniera Isabel
Isabel Aurijuna Isabel Straniera
Guaitiao Isabel Sorella Isabel
Isabel Guaitiao Isabel Sorella
Atabey Bagua Dea della Terra e del Mare
Bagua Atabey Dea del Mare e della Terra
Atabey Maórocoti Dea matrilineare
Maórocoti Atabey Matrilineare, mia Dea.
Conclusione
La cultura taína era permeata dal femminile sotto molteplici aspetti, come si è cercato di descrivere nelle righe precedenti.
Sarebbe davvero bello se le donne dominicane prendessero coscienza di quanto sia speciale la femminilità che scorre nelle loro vene e, a poco a poco, assumessero ruoli nella società e nella politica all’altezza del loro grande valore.
Per ora, le donne sono le principali mittenti di rimesse in questo Paese, secondo gli studi dell’INSTRAW, l’Istituto delle Nazioni Unite per la Ricerca e la Formazione per il Progresso delle Donne, unico istituto dell’ONU con sede nella Repubblica Dominicana.
È necessario che, poco a poco, lo spirito di Anacaona o di Altagracia dia forza alle altre donne in tutti gli ambiti.

Pezzi della collezione privata di Alfred Carrada: ciondoli frontali; duho o sedile cerimoniale in legno; cintura di pietra.
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