In occasione della Giornata internazionale del libro, il Centro sociale per anziani (CSM) di Londra mi ha invitato anche nel 2010 a tenere una conferenza. Quel 27 aprile 2010 ho parlato loro del grande poeta spagnolo Miguel Hernández, in occasione del centenario della sua nascita.
Di seguito riporto il testo della mia conferenza, che puoi anche scaricare qui in formato PDF in spagnolo-castigliano.
Dopo la mia conferenza, il Gruppo di Lingua e Cultura mi ha inviato una commovente lettera che pubblico qui.
Miguel Hernández: Vita e opera
ToggleMIGUEL HERNÁNDEZ: VITA E OPERA
1. INTRODUZIONE
Miguel Hernández Gilabert (Orihuela, 30 ottobre 1910 – Alicante, 28 marzo 1942) è stato un poeta e drammaturgo di particolare rilievo nella letteratura spagnola del XX secolo.
Sebbene sia stato tradizionalmente inserito nella generazione del ’36, Miguel Hernández mantenne una maggiore vicinanza alla generazione precedente, al punto da essere considerato da Dámaso Alonso come «geniale epigono della generazione del ’27».
«Pochi poeti sono stati così generosi e luminosi come il ragazzone di Orihuela, la cui statua sorgerà un giorno tra i fiori d’arancio della sua terra addormentata». Pablo Neruda (Premio Nobel per la Letteratura nel 1971).
2. SVILUPPO
2.1. VITA E OPERA DI MIGUEL HERNÁNDEZ
Sono numerosi i biografi e gli studiosi di Miguel Hernández, sia spagnoli (Concha Zardoya) che stranieri (William Rose o Marie Chevallier). Per questa presentazione ci si è basati sulla biografia di José Luis Ferris, relativamente recente (2002), intitolata «Miguel Hernández, Passioni, Prigione e Morte di un poeta» . Ferris suddivide la vita del poeta in sei cicli.
I ciclo: Infanzia e incanto (1910-1925)
Nacque come secondo figlio maschio in una famiglia di Orihuela dedita all’allevamento del bestiame. Pastore di capre fin dalla più tenera età, Miguel frequentò tra il 1915 e il 1916 l’istituto «Nuestra Señora de Montserrat» e dal 1918 al 1923 ricevette l’istruzione primaria nelle scuole dell’Amor de Dios; nel 1923 passò a frequentare il liceo presso il collegio di Santo Domingo di Orihuela, gestito dai gesuiti, i quali gli proposero una borsa di studio per proseguire gli studi, ma il padre la rifiutò. Nel 1925 abbandonò gli studi per ordine paterno per dedicarsi esclusivamente alla pastorizia. Anche se non se ne parla spesso, la realtà era che una grave crisi economica aveva colpito la famiglia di Miguel Hernández quell’anno ed è per questo che il padre ricorse alla manodopera del figlio.
II ciclo: Adolescenza e primi versi (1925-1931)
Mentre si occupava del gregge, Miguel leggeva avidamente e scriveva le sue prime poesie. In quel periodo, il canonico Luis Almarcha stringe amicizia con Miguel e mette a disposizione del giovane poeta libri di San Juan de la Cruz, Gabriel Miró, Paul Verlaine e Virgilio, tra gli altri. Le sue visite alla Biblioteca Pubblica diventano sempre più frequenti e inizia a formare un improvvisato gruppo letterario insieme ad altri giovani di Orihuela attorno al forno del suo amico Carlos Fenoll. I principali partecipanti a quegli incontri sono, oltre a Miguel e allo stesso Carlos Fenoll, suo fratello Efrén Fenoll, Manuel Molina e José Marín Gutiérrez, futuro avvocato e saggista che in seguito avrebbe adottato lo pseudonimo di «Ramón Sijé» e al quale Hernández dedicherà la sua celebre Elegia.
Da quel momento in poi, i libri saranno la sua principale fonte di istruzione, trasformandolo in un vero e proprio autodidatta. I grandi autori del Secolo d’Oro: Miguel de Cervantes, Lope de Vega, Pedro Calderón de la Barca, Garcilaso de la Vega e, soprattutto, Luis de Góngora, diventeranno i suoi principali maestri.
Il 13 gennaio 1930 gli viene pubblicata «Pastoril» sul quotidiano «El Pueblo» di Orihuela e sarà la prima poesia di Miguel ad essere pubblicata.
PASTORILE
Accanto al fiume cristallino
che il sole biondo colora.
Il suo pianto è amaro come il fiele.
Perché piange la pastorella?
Quale dolore, quale grande sofferenza
le ha impallidito le guance?
Il suo pastore l’ha abbandonata!
Se n’è andato in città
e l’ha lasciata sola
accanto al gregge.
Non condivide più la sua capanna
né allatta il suo agnellino!
Non le dice più: «Ti voglio bene»,
e la fanciulla piange e piange!
Diceva che mi voleva bene
la tua bocca piena di fuoco.
«Bugia!» – dice con dolore –
ah! Perché me lo diceva?
Io che ti ho creduto cieca,
io che ho abbandonato la mia terra
per seguirti sulla tua montagna,
mi ritrovo abbandonata da te!…
Accanto al fiume trasparente
che la notte va ombreggiando
e increspa l’aura d’Oriente,
l’infelice continua a piangere.
Già il tenero e bianco fiore
non cammina più verso la capanna
quando il sole sfiora la montagna
accanto al suo pastore.
Ora va da sola al burrone
e alla pianura e torna da sola,
cammina e ritorna triste e affranta
dietro il suo gregge bianco.
Perché, pastore senza stirpe,
abbandoni la tua pastora
che senza di te piange e piange ancora
accanto al gregge?
La notte arriva di corsa
avvolgendo di lutto il cielo azzurro:
il fiume continua a scorrere
e la pastora a gemere.
Ma ritrova il suo antico vigore,
e, meravigliosamente serena,
seppellisce il suo nero dolore
tra le acque del fiume.
Regna un silenzio sacro…
La pastora non piange più!
Poi sembra che pianga
mentre il suo gregge la chiama!
Miguel Hernández ha scritto molto e pubblicato poco, per questo le raccolte e le antologie variano così tanto l’una dall’altra. Di questa fase dei suoi primi scritti, vorrei anche mettere in risalto «Alla mia anima».
ALLA MIA ANIMA
Mormorano che parlo molto poco
anima, coloro che non sanno nulla
dei nostri lunghi colloqui.
E «La Palmera Levantina», una delle 13 poesie che il cantautore Joan Manuel Serrat include nel secondo album dedicato alle poesie di Miguel Hernández nel 2010, in occasione del suo centenario. Il primo album risale al 1987.
LA PALMERA LEVANTINA (frammento)
La palma levantina,
la colonna che cammina.
La palma…
La palma levantina,
colei che scruta il mare,
colei che era mediterranea.
La palma levantina,
colei che cattura la prima
raffica di primavera,
la prima rondine.
La signora dei paesaggi.
Colei che sfiora le stelle
e si cinge i merletti
delle nuvole, come turbanti, ai suoi steli da dattero.
Il magnifico incensiere
che ondeggia solitario
in cima alla collina,
contro un azzurro straordinario…
La palma levantina!
Quella che strappa
il primo filo di luce
all’alba candida.
Quella che offre il sole in chicchi al verde tenero.
Quella che si getta a pancia in giù
contro il Sole.
Quella che culla
l’arcangelo della luna.
Quella su cui si arrampicano i palmeri,
che ne strappano i rigogliosi grappoli di datteri
tra risate e canti
e cardellini;
anche se a volte si trasformano in pianti,
risate e canti,
quando, scossi da un vento violento,
questi alberi volubili
lanciano tutto nel firmamento:
uccelli, palme, uomini, datteri.
La palma levantina,
la prima cosa che vede l’occhio del marinaio
sui mari del Levante.
La palma di Alicante!
III ciclo: Primo viaggio a Madrid e pubblicazione di “Perito en lunas” (1931-1933)
Miguel arriva alla stazione di Atocha all’alba del 2 dicembre 1931. Forte di alcune raccomandazioni, cerca di farsi strada nel mondo letterario madrileno. Il 15 gennaio 1932 Giménez Caballero pubblica su «El Robinson Literario» un primo profilo di Miguel piuttosto offensivo, che si conclude con: «… simpatico pastorello caduto in questo Natale per questa nascita madrilena». Bussa a molte porte che gli vengono chiuse in faccia. Ciononostante continua a scrivere e a recarsi alla Biblioteca Nazionale, per la quale è riuscito a ottenere un pass. È un esempio di titanico sforzo di superamento di sé. Il 20 febbraio 1932 appare sulla rivista “Estampa” un servizio a tutta pagina su Miguel, a cura di Federico Martinez Corbalán. Ciononostante non ottiene l’attesa borsa di studio della Diputación di Alicante ed è angosciato dai debiti per l’affitto; stira la sua unica cravatta mettendola tra le pagine del suo dizionario, e si vede costretto a passare molte notti all’addiaccio.
Infine, dopo sei mesi di avventure e scoraggiamento, Miguel torna a Orihuela il 20 maggio 1932. Il suo soggiorno a Madrid gli è servito per rendersi conto di quanto fosse ormai superata la sua poesia giovanile.
In questo periodo compone «El Silbo de Afirmación en la Aldea» , meglio conosciuto per il suo primo verso «Alto sono a guardare le palme», sulla scia del «beatus ille», in cui confronta la vita in città e in campagna, sebbene sia una poesia che non è inclusa in nessun libro.
IL FISCHIO DI AFFERMAZIONE NEL VILLAGGIO (Frammento)
Alto sono a guardare le palme,
ruvido nel convivere con le montagne…
Mi sono visto piccolo e molle sui marciapiedi
di una splendida città di ragnatele.
Difficili burroni di scale,
silenti cascate di ascensori,
che sensazione di vuoto!,
occupavano il posto dei miei fiori,
le mie arie e il mio fiume.
Ho visto ciò che di mio c’era di più notevole
portato via dal diavolo, e Dio assente.
Ti ho tenuta nel lontano dell’oblio,
villaggio, orto, fontana
in cui mi sono visto distratto:
orto, dove ho trovato la vita migliore,
villaggio, dove all’aria aperta e liberamente,
in una pace ho fatto pipì a lungo e disteso.
Ma ho rivolto subito
la mia attenzione alle pure esistenze
del mio ritiro, attento alla mia assenza,
e tutte le loro assenze
mi hanno riempito di luce il pensiero.
Il mio piede vagava senza terra, che tormento!,
vacillando sulla cera dei pavimenti,
con un timore continuo, un sussulto,
che aumentavano i suoni, gli avvisi,
gli allarmi, gli uomini e l’asfalto.
Basta!, Basta!, Basta!, Basta!
Ordine!, Ordine! Che altera
imposizione dell’ordine una mano,
un colore, un suono!
La mia capacità visiva,
ahimè!, perdeva il senso.
Scontriato da mille seni, assalito
da più di mille pericoli, tentazioni,
brani di cani meccanici,
mi seguivano lussuria e clacson,
desideri e tram.
Quante labbra di un viola teatrale,
esageratamente peccaminose!
Quanto vocabolario di cristalli,
che portavano i colori alla frenesia
in una lotta, in una competizione
di originalità ed eccellenza!
Che confusione! Babel delle Babel!
Grande città!: grande demonio!: grande cavolo!
il mondo su binari,
e il suo squilibrio in bicicletta!
Ci vollero diversi mesi prima che il suo primo libro, “Perito en Lunas”, opera eminentemente gongoriana o culterana, vedesse la luce, e ciò avvenne in una tipografia della rivista di orientamento cattolico «La Verdad» di Murcia il 20 gennaio 1933, dopo aver preso in prestito il denaro necessario per la stampa. Il libro è preceduto da una prefazione del suo amico Ramón Sijé. Nonostante le grandi aspettative, il libro passò inosservato, si vendette a malapena e non contribuì ad alleviare la difficile situazione economica del poeta.
Secondo gli esperti, le poesie di questo libro presentano chiare influenze della «Segunda Antología Poética» (1922) di Juan Ramón Jiménez [Premio Nobel per la Letteratura nel 1956] e di Rubén Darío. La seguente poesia descrive un atto di masturbazione.
SESSO IN UN ISTANTE, 1
Al tic-tac, per quanto sordo, ritrovo
la perpendicolare bruna di prima,
bisettrice di zero su zero,
già equivalenti ed equidistanti.
Rivendica con tono imperativo il proprio diritto,
con più cifre, seppur poche, per istanti;
ma la sua situazione, estrema in suma,
senza vertice d’amore, dissipa la schiuma.
IV ciclo: Secondo viaggio a Madrid e «El Rayo que no Cesa» (1934-36)
Miguel ha scritto i primi due atti di un dramma sacro e, con i suoi scarsi risparmi e il denaro degli amici, parte nuovamente per Madrid per la seconda volta nel marzo del 1934. Questa volta ha più fortuna e riesce a portare a termine il suo dramma sacro «Chi ti ha visto e chi ti vede e ombra di ciò che eri» e di farlo pubblicare sulla rivista di orientamento cattolico madrilena «Cruz y Raya» nei mesi di luglio, agosto e settembre del 1934.
Nel 1934 Miguel alterna i suoi soggiorni a Madrid ai ritorni a Orihuela. Nel giugno del 1934 il suo amico Ramón Sijé inizia a pubblicare la rivista «El Gallo Crisis», che riesce a pubblicare 6 numeri fino alla Pasqua del 1935 e in tutti compaiono poesie di Miguel caratterizzate da una profonda visione teologica ed eucaristica della campagna.
Durante uno di questi soggiorni conosce Josefina Manresa, con la quale ufficializza la loro relazione il 27 settembre 1934. Nel corso del 1934 scrive sonetti d’amore alla sua amata che poi formeranno «El Silbo Vulnerado», che Miguel aveva intenzione di pubblicare nel 1934, ma non lo fece. Molte di queste poesie sono preludio e fonte ispiratrice dei sonetti che formeranno il «Rayo que no cesa». Un esempio è «Te me mueres de casta y de sencilla», poesia n. 22 di «El Silbo Vulnerado»; e, leggermente ritoccata, poesia n. 11 del «Rayo», ispirata a Josefina Manresa.
TI MI MUORI DI PURA E DI SEMPLICE
Ti mi muori di pura e di semplice…
ne sono convinto, amore, lo confesso
che, intrepido rapitore di un bacio,
ti ho strappato il fiore dalla guancia.
Ti ho strappato il fiore dalla guancia,
e da quella gloria, da quell’evento,
la tua guancia, carica di scrupoli e di peso,
ti cade sfogliata e ingiallita.
Il fantasma del bacio colpevole
ti perseguita sul zigomo,
sempre più evidente, nero e grande.
E tu stai sveglia, gelosamente,
a sorvegliare la mia bocca, con quanta cura!
affinché non si corrompa e non si sbandi.
Compie nuovi viaggi a Madrid e trova lavoro, dapprima come collaboratore delle Missioni Pedagogiche e, in seguito, come segretario e redattore dell’enciclopedia *Los toros*, il cui direttore e redattore principale, José María de Cossío, la stava preparando per la casa editrice Espasa-Calpe. Cossío sarà d’ora in poi il più fervente sostenitore di Miguel.
Si presenta a Vicente Aleixandre e stringe amicizia con lui e con Pablo Neruda, appena arrivato a Madrid nel 1934 come diplomatico; questa è l’origine della sua breve fase all’interno del surrealismo, con slancio torrenziale e ispirazione tellurica.
Il 24 gennaio 1936 vengono stampate le prime copie di “El Rayo que no cesa” – Questa raccolta di poesie presenta una struttura curiosa: una poesia lunga, tredici sonetti, una poesia lunga, tredici sonetti, un’elegia e un sonetto finale. In questo libro Miguel si è trasformato in un appassionato cantore dell’amore profano, con una sessualità e un erotismo travolgenti.
Nel 1935 aveva interrotto la sua relazione con Josefina Manresa e aveva intrattenuto una relazione torrida con la pittrice molto emancipata Maruja Mallo. A lei avrebbe dedicato il seguente sonetto, il sonetto 23 di «El Rayo que no cesa»:
COME IL TORO SONO NATO PER IL LUTTO
Come il toro sono nato per il lutto
e il dolore, come il toro sono marchiato
da un ferro infernale sul fianco
e da un frutto all’inguine.
Come il toro lo trova minuscolo
il mio cuore smisurato,
e dal volto del bacio innamorato,
come il toro contendo il tuo amore.
Come il toro cresco nel castigo,
ho la lingua bagnata nel cuore
e porto al collo una tempesta sonora.
Come il toro ti seguo e ti inseguo,
e tu lasci il mio desiderio in una spada,
come il toro beffato, come il toro.
Nel dicembre del 1935 era morto il suo fraterno amico di una vita, Ramón Sijé, e Miguel gli dedica la sua straordinaria Elegia. Questa Elegia è considerata uno dei capolavori della letteratura spagnola e uno dei maggiori successi della poesia hernandina; un’elegia che, all’epoca, suscitò il difficile entusiasmo di Juan Ramón Jiménez in una cronaca del quotidiano El Sol; e gli elogi di Ortega y Gasset e Marañón, tra gli altri.
POEMA ELEGIA A RAMÓN SIJÉ
(A Orihuela, il suo paese e il mio, mi è morto
come un fulmine, Ramón Sijé, che amavo tanto.)
Voglio essere, piangendo, il giardiniere
della terra che occupi e concimi,
compagno dell’anima così presto.
Nutrendo piogge, conchiglie,
e organi il mio dolore senza strumenti,
ai papaveri scoraggiati
darò il tuo cuore come nutrimento.
Tanto dolore si accumula nel mio petto,
che, per il dolore, mi fa male persino il respiro.
Un duro schiaffo, un colpo gelido,
un colpo d’ascia invisibile e omicida,
una spinta brutale ti ha abbattuto.
Non c’è spazio più vasto della mia ferita,
piango la mia sventura e tutto ciò che ne deriva
e sento più la tua morte che la mia vita.
Cammino su sterpaglie di defunti,
e senza il calore di nessuno e senza consolazione vado
dal mio cuore alle mie faccende.
Presto la morte ha spiccato il volo,
presto è spuntata l’alba,
presto sta rotolando per terra.
Non perdono la morte innamorata,
non perdono la vita distratta,
non perdono né la terra né il nulla.
Nelle mie mani sollevo una tempesta
di pietre, fulmini e asce stridenti,
assetata di catastrofi e affamata.
Voglio scavare la terra con i denti,
voglio scostare la terra pezzo per pezzo
con morsi secchi e caldi.
Voglio scrutare la terra finché non ti troverò
e baciare il tuo nobile cranio
e toglierti il bavaglio e riportarti indietro.
Tornerai al mio orto e al mio fico,
tra gli alti tralci dei fiori
volerà la tua anima apicola
di cere angeliche e di opere.
Tornerai al mormorio delle inferriate
degli agricoltori innamorati.
Rallegrerai l’ombra delle mie sopracciglia
e il tuo sangue scorrerà da ogni parte,
conteso dalla tua fidanzata e dalle api.
Il tuo cuore, ormai velluto appassito,
chiama un campo di mandorli schiumosi,
la mia avida voce d’innamorato.
Alle anime alate delle rose
del mandorlo cremoso ti richiamo,
perché dobbiamo parlare di molte cose,
compagno dell’anima, compagno.
Nel febbraio del 1936 scrive nuovamente al padre di Josefina chiedendogli di riprendere i rapporti con sua figlia.
V ciclo: Il poeta nella Guerra Civile (1936-1939)
Allo scoppio della Guerra Civile, il 18 luglio 1936, Miguel Hernández si arruola nella fazione repubblicana. Hernández presta servizio nel 5° Reggimento e passa ad altre unità sui fronti della battaglia di Teruel, in Andalusia e in Estremadura. La sua poesia in quel periodo assume un carattere più sociale e manifesta chiaramente un impegno politico a favore dei più poveri e degli emarginati.
Nel pieno della guerra, riesce a fuggire brevemente a Orihuela per sposarsi il 9 marzo 1937 con Josefina Manresa. Pochi giorni dopo deve partire per il fronte di Jaén.
Nell’estate del 1937 partecipò al II Congresso Internazionale degli Scrittori Antifascisti tenutosi a Madrid e Valencia, e più tardi, in agosto, si recò in Unione Sovietica in rappresentanza del governo della Repubblica, da dove tornò in ottobre per scrivere il dramma «Pastor de la muerte».
Nel settembre del 1937 pubblica un nuovo libro, “Vento del popolo”, dedicato a Vicente Aleixandre. Si tratta di un’opera vibrante, priva di artifici retorici e carica di una forza insolita. Tra le sue poesie, ne segnaliamo qui le seguenti:
I VENTI DEL POPOLO MI PORTANO
I venti del popolo mi portano,
i venti del popolo mi trascinano,
mi spargono il cuore
e mi sferzano la gola.
I buoi chinano la fronte,
impotentemente docili,
di fronte alle punizioni:
i leoni la sollevano
e allo stesso tempo puniscono
con la loro zampa fragorosa.
Non appartengo a un popolo di buoi,
poiché appartengo a un popolo che conquista
giacimenti di leoni,
passaggi di aquile
e catene montuose di tori
con l’orgoglio sulle corna.
I buoi non hanno mai prosperato
nelle lande desolate della Spagna.
Chi ha parlato di imporre un giogo
sul collo di questa razza?
Chi ha mai imposto all’uragano
gioghi o catene,
né chi ha mai trattenuto il fulmine
prigioniero in una gabbia?
Asturiani di coraggio,
baschi di pietra corazzata,
valenziani di allegria
e castigliani d’anima,
forgiati come la terra
e agili come le ali;
andalusi fulminanti,
nati tra le chitarre
e forgiati nelle incudini
torrenziali delle lacrime;
estremeñi di segale,
galiziani di pioggia e calma,
catalani di fermezza,
aragonesi di stirpe,
murciani di dinamite
fruttuosamente diffusa,
leonesi, navarresi, padroni
della fame, del sudore e dell’ascia,
re delle miniere,
signori dei campi,
uomini che tra le radici,
come radici fieri,
andate dalla vita alla morte,
andate dal nulla al nulla:
vi vogliono imporre gioghi
gente di erbacce,
gioghi che dovrete lasciare
spezzati sulle loro schiene.
Crepuscolo dei buoi
sta spuntando l’alba.
I buoi muoiono vestiti
di umiltà e odore di stalla;
le aquile, i leoni
e i tori di arroganza,
e dietro di loro, il cielo
non si offusca né finisce.
L’agonia dei buoi
ha un volto piccolo,
quella dell’animale maschio
ingrandisce l’intera creazione.
Se muoio, che io muoia
a testa ben alta.
Morto e venti volte morto,
con la bocca contro l’erba,
avrò i denti serrati
e la barba risoluta.
Cantando aspetto la morte,
poiché ci sono usignoli che cantano
sopra i fucili
e in mezzo alle battaglie.
IL BAMBINO GIUGGLIERE
Carne da giogo, è nato
più umiliato che bello,
con il collo perseguitato
dal giogo per il collo.
Nasce, come l’attrezzo,
destinato ai colpi,
da una terra scontenta
e da un aratro insoddisfatto.
Tra letame puro e vivo
di vacche, porta alla vita
un’anima color ulivo
già vecchia e indurita.
Comincia a vivere, e comincia
a morire da un capo all’altro
sollevando la corteccia
di sua madre con la coppia di buoi.
Comincia a sentire, e sente
la vita come una guerra,
e a battere faticosamente
sulle ossa della terra.
Non sa contare i suoi anni,
e sa già che il sudore
è una corona solenne
di sale per il contadino.
Lavora, e mentre lavora
serio come un uomo,
si unge di pioggia e si adorna
di carne da cimitero.
A forza di colpi, forte,
e a forza di sole, brunito,
con un’ambizione di morte
sbranando un pane conteso.
Ogni nuovo giorno è
più radice, meno creatura,
che ascolta sotto i propri piedi
la voce della sepoltura.
E come radice affonda
nella terra lentamente
affinché la terra inondi
di pace e di pane la sua fronte.
Mi fa male questo bambino affamato
come una spina gigantesca,
e la sua vita cinerea
risolve la mia anima di quercia.
Lo vedo arare le stoppie,
e divorare un tozzo di pane,
e dichiarare con gli occhi
perché è carne da giogo.
Mi colpisce il petto con il suo aratro,
e la sua vita mi stringe la gola,
e soffro vedendo il terreno incolto
così vasto sotto i suoi piedi.
Chi salverà questo ragazzino
più piccolo di un chicco d’avena?
Da dove verrà il martello
boia di questa catena?
Che nasca dal cuore
degli uomini braccianti,
che prima di essere uomini sono
e sono stati bambini da giogo.
OLIVAI
Andalusi di Jaén,
orgogliosi olivai,
ditemi nell’anima: chi,
chi ha piantato gli ulivi?
Non li ha piantati il nulla,
né il denaro, né il signore,
ma la terra silenziosa,
il lavoro e il sudore.
Uniti all’acqua pura
e uniti ai pianeti,
i tre hanno dato la bellezza
dei tronchi contorti.
Alzati, ulivo canuto,
dissero ai piedi del vento.
E l’ulivo alzò una mano
potente dalle fondamenta.
Andalusi di Jaén,
orgogliosi olivai,
ditemi dal profondo dell’anima: chi
ha allattato gli ulivi?
Il vostro sangue, la vostra vita,
non quella dello sfruttatore
che si è arricchito grazie alla ferita
generosa del sudore.
Non quella del proprietario terriero
che vi ha seppelliti nella povertà,
che vi ha calpestato la fronte,
che vi ha schiacciato la testa.
Alberi che il vostro impegno
ha consacrato al centro del giorno
erano l’origine di un pane
che solo l’altro mangiava.
Quanti secoli di olive,
con i piedi e le mani imprigionati,
da un’alba all’altra e da una luna all’altra,
gravano sulle vostre ossa!
Andalusi di Jaén,
orgogliosi olivai,
la mia anima chiede: di chi,
di chi sono questi ulivi?
Jaén, alzati coraggiosa
sulle tue pietre lunari,
non diventare schiava
con tutti i tuoi uliveti.
Nella limpidezza
dell’olio e dei suoi aromi,
la tua libertà
è indicata dalle tue colline.
CANZONE DEL MARITO SOLDATO
Ho riempito il tuo grembo di amore e di seme,
ho prolungato l’eco del sangue a cui rispondo
e attendo sul solco come l’aratro attende:
sono giunto fino in fondo.
Morenetta dalle alte torri, luce alta e occhi alti,
sposa della mia pelle, grande sorso della mia vita,
i tuoi seni folli crescono verso di me con balzi
di cerva gravida.
Mi sembra già che tu sia un cristallo delicato,
temo che tu mi si rompa al minimo inciampo,
e di rafforzare le tue vene con la mia pelle di soldato
fosse come il ciliegio.
Specchio della mia carne, sostentamento delle mie ali,
ti do vita nella morte che mi danno e che non accetto.
Donna, donna, ti amo circondato dai proiettili,
bramato dal piombo.
Sulle bare feroci in agguato,
sugli stessi morti senza rimedio e senza tomba
ti amo, e vorrei baciarti con tutto il petto
fin nella polvere, moglie.
Quando, vicino ai campi di battaglia, la mia fronte pensa a te
e non raffredda né placa la tua immagine,
ti avvicini a me come un’immensa bocca
dalla dentatura affamata.
Scrivimi nella lotta, sentimi nella trincea:
qui, con il fucile, evoco e fisso il tuo nome.
E difendo il tuo grembo di povera che mi aspetta,
e difendo tuo figlio.
Nascirà nostro figlio con il pugno chiuso,
avvolto in un clamore di vittoria e chitarre,
e lascerò alla tua porta la mia vita da soldato
senza zanne né artigli. ,
Bisogna uccidere per continuare a vivere.
Un giorno andrò all’ombra dei tuoi capelli lontani.
E dormirò sul lenzuolo di amido e fragore
cucito dalla tua mano.
Le tue gambe implacabili si dirigono dritte verso il parto,
e la tua bocca implacabile dalle labbra indomabili,
e di fronte alla mia solitudine fatta di esplosioni e crepe,
percorri un sentiero di baci implacabili.
Per il figlio ci sarà la pace che sto forgiando.
E alla fine, in un oceano di ossa irrimediabili
il tuo cuore e il mio naufragheranno, lasciando
una donna e un uomo consumati dai baci.
Nel dicembre del 1937, mentre Miguel si trovava sul fronte di Teruel, nacque il loro primo figlio, Manuel Ramón, che morì a dieci mesi e al quale è dedicata la poesia «Figlio della luce e dell’ombra ». Al termine della guerra, nel gennaio del 1939, nasce il secondo figlio, Manuel Miguel.
VI ciclo: Persecuzione, prigioni e morte (1939-1942)
Nell’aprile del 1939, il generale Francisco Franco dichiarò conclusa la guerra e a Valencia era stata appena terminata la stampa di «El hombre acecha», che raccoglieva le poesie scritte tra il 1937 e il 1939. Questo libro era dedicato a Pablo Neruda. Ancora non rilegato, una commissione di epurazione franchista, presieduta dal filologo Joaquín de Entrambasaguas, ordinò la completa distruzione dell’edizione. Tuttavia, due esemplari che si salvarono permisero di rieditare il libro nel 1981.
MADRE SPAGNA
Abbracciato al tuo corpo come il tronco alla sua terra,
con tutte le radici e tutto il coraggio,
chi mi separerà, mi strapperà da te,
madre?
Abbracciato al tuo grembo, chi me lo toglierà,
se il suo fondo titanico dà origine alla mia carne?
Abbracciato al tuo grembo, che è la mia casa per sempre,
nessuno!
Madre: abisso di sempre, terra di sempre:
viscere dove, sfociando, si uniscono tutti i sangui:
dove tutti i vuoti caduti si rialzano,
madre.
Dire madre è dire terra che mi ha partorito;
è dire ai morti: fratelli, alzatevi;
è sentire in bocca e ascoltare sotto il suolo
il sangue.
L’altra madre è un ponte, nient’altro, dei tuoi fiumi.
L’altro seno è una bolla dei tuoi mari.
Tu sei la madre intera con tutto il suo infinito,
madre.
Terra: terra sulla forca, e nell’anima, e in ogni cosa.
Terra che sto mangiando, che alla fine mi inghiottirà.
Con più forza di prima tornerai a partorirmi,
madre.
Quando sul tuo corpo rimarrà solo una leggera impronta,
tornerai a partorirmi con più forza di prima.
Quando un figlio è un figlio, vive e muore gridando:
«Madre!»
Fratelli: difendiamo il suo grembo assalito,
dove i corvi si moltiplicano da ogni parte, poiché
perché le ali malvagie volino, restano ancora
venti.
Gettate sulle rive del vostro cuore il
sentimento limitato, gli affetti parziali.
Sono piccole storie al suo confronto, lei è sempre
grande.
Una fotografia e un pezzo di terra,
una lettera e una montagna a volte sono la stessa cosa.
Oggi sei tu l’erba che cresce su tutto,
madre.
Famiglia di questa terra che ci fonde nella luce,
i morti più oscuri lottano per risorgere,
fondersi con noi e salvare la prima
madre.
Spagna, pietra stoica che si è spaccata in due
frammenti di dolore e di pietra profonda per donarmi:
non mi separino dalle tue alte viscere,
madre.
Oltre a morire per te, chiedo una cosa:
che la donna e il figlio che ho, quando se ne andranno,
raggiungano l’angolo che abito nel tuo grembo,
madre.
Finita la guerra, per Miguel inizia un duro calvario.
Il suo amico Cossío si offrì di ospitare il poeta a Tudanca, ma questi decise di tornare a Orihuela. Poiché a Orihuela correva grande pericolo, decise di recarsi a Siviglia passando per Cordova, con l’intenzione di attraversare il confine con il Portogallo passando per Huelva. La polizia di Salazar lo consegnò alla Guardia Civil. Dalla prigione di Siviglia fu trasferito nel penitenziario di via Torrijos a Madrid (oggi via del Conde de Peñalver), da dove, grazie alle trattative condotte da Pablo Neruda presso un cardinale, uscì inaspettatamente in libertà, senza essere processato, nel settembre del 1939.
Tornato a Orihuela, consegnò a Joefina un quaderno con ciò che aveva scritto fino a quel momento, germe del libro «Cancionero y Romancero de Ausencias». Miguel fu denunciato e arrestato e trascorse un primo periodo di detenzione nel Seminario di Orihuela, allora trasformato in carcere.
Da lì fu trasferito nel carcere di Plaza del Conde de Toreno a Madrid, dove fu processato e condannato a morte nel marzo del 1940. Lì condivise la cella con Buero Vallejo, che realizzò uno dei ritratti a carboncino più famosi del poeta. Cossío e altri amici intellettuali, tra cui Luis Almarcha Hernández, suo amico d’infanzia e vicario generale della diocesi di Orihuela (in seguito vescovo di León nel 1944), intervennero in suo favore, ottenendo la commutazione della pena di morte in trent’anni di reclusione.
Fu trasferito nel carcere di Palencia nel settembre del 1940 e, a novembre, nel penitenziario di Ocaña (Toledo). Nel giugno del 1941 fu trasferito al riformatorio per adulti di Alicante, dove poté finalmente rivedere Josefina e suo figlio.
Di prigione in prigione, il poeta continuò a comporre. Il suo libro «Cancionero y Romancero de Ausencias» contiene poesie scritte tra il 1938 e il 1941, mentre in «Poemas Últimos» furono raccolte le poesie in arte mayor, ovvero in versi classici, scritte anch’esse in quel periodo.
Tra queste poesie spicca “Nanas de la Cebolla”, scritta per il suo secondo figlio quando aveva 8 mesi, dopo aver ricevuto una lettera dalla moglie in cui descriveva le loro difficoltà e diceva che non mangiavano altro che pane e cipolla. Concha Zardoy la definì «la ninna nanna più tragica della poesia spagnola».
NANNA DELLA CIPOLLA
La cipolla è brina
densa e povera.
Brina dei tuoi giorni
e delle mie notti.
Fame e cipolla,
ghiaccio nero e brina
grande e rotonda.
Nella culla della fame
giaceva il mio bambino.
Con sangue di cipolla
si nutriva.
Ma il tuo sangue,
ricoperto di zucchero,
cipolla e fame.
Una donna bruna
determinata come la luna
si riversa filo dopo filo
sulla culla.
Ridi, bambino,
ti porto la luna
quando serve.
Allodola della mia casa,
ridi tanto.
È la tua risata nei tuoi occhi
la luce del mondo.
Ridi così tanto
che la mia anima, sentendoti,
batti lo spazio.
La tua risata mi rende libero,
mi mette le ali.
Mi libera dalle solitudini,
mi strappa dalla prigione.
Bocca che vola,
cuore che sulle tue labbra
balena.
È la tua risata la spada
più vittoriosa,
vincitrice dei fiori
e delle allodole
Rival di sole.
Futuro delle mie ossa
e del mio amore.
La carne che sbatte le ali,
improvvisamente la palpebra,
il vivere come mai prima
colorato.
Quanti cardellini
si librano, sbattono le ali,
dal tuo corpo!
Mi sono svegliato dall’essere bambino:
non svegliarti mai.
Ho la bocca triste:
ridi sempre.
Sempre nella culla,
difendendo la risata
piuma dopo piuma.
Essere dal volo così ampio,
così esteso,
che la tua carne è il cielo
appena nato.
Se solo potessi
risalire all’origine
della tua corsa!
All’ottavo mese ridi
con cinque fiori d’arancio.
Con cinque minuscole
ferocità.
Con cinque denti
come cinque gelsomini
adolescenti.
Confine dei baci
saranno domani,
quando tra i denti
sentirai un’arma.
Sentirai un fuoco
correre lungo i denti
alla ricerca del centro.
Vola, bambino, nella doppia
luna del petto:
lui, triste come una cipolla,
tu, soddisfatto.
Non crollare.
Non sapere cosa succede né
cosa accade.
È particolarmente toccante anche la seguente poesia che scrisse per sua moglie:
TRANNE IL TUO VENTRE
Tranne il tuo ventre,
tutto è confuso.
Senza il tuo ventre,
tutto è futuro
fuggace, passato
inutile, torbido.
Senza il tuo ventre,
tutto è nascosto.
Senza il tuo ventre,
tutto è incerto,
tutto è ultimo,
polvere senza mondo.
Senza il tuo grembo,
tutto è oscuro.
Senza il tuo grembo
luminoso e profondo.
Nel dicembre del 1941 si manifestarono i primi sintomi della sua malattia, che da bronchite si trasformò in tifo e poi in pleurite. Il 4 marzo 1942 contrasse matrimonio canonico nell’infermeria della prigione, poiché il regime franchista aveva annullato la validità dei matrimoni civili della Repubblica, condizione che il vicario Luis Almarcha aveva posto per aiutarlo. Tuttavia, l’aiuto [l’ordine di trasferirlo all’ospedale di Alicante] arrivò in ritardo, il 17 marzo, e ormai nessuno voleva più trasportare un corpo che trasudava pus da ogni parte. Miguel Hernández morì nell’infermeria della prigione di Alicante alle 5:32 del mattino del 28 marzo 1942, all’età di soli 31 anni.
Miguel Hernández fu sepolto nella nicchia numero mille e nove del cimitero di Nuestra Señora del Remedio di Alicante, il 30 marzo. Attualmente le sue spoglie riposano in una tomba dello stesso cimitero, accanto a quelle di sua moglie Josefina Manresa e di suo figlio. Tale tomba, facilmente identificabile, è molto visitata.
In una lettera datata 3 settembre 1946, Vicente Aleixandre scrive al poeta canario Juan Maderos le seguenti parole su Miguel Hernández:
«Non so se lei sappia che Miguel era per me un fratello, un fratello minore, entusiasta, a me profondamente legato, con cui ho convissuto continuamente. Aveva un cuore enorme, ciecamente generoso, che pulsava in tutta la sua poesia e che traspariva dai suoi occhi, come nella sua poesia. Il fuoco della vita era nella sua anima ed era comprensivo verso ogni cosa. Capace di passione, appassionato, capace di quella nudità dell’anima, di quel battito del sangue a cui giunge il vero poeta, e che fa sì che tutto ciò che è umano sia compreso, raggiungendo quella generosità senza sforzo che non si spaventa di nulla perché tutto ciò che è umano lo tocca e nulla può spaventarlo. Per questo in lui non c’era né infantilismo, né intransigenza. Era un’anima libera che guardava gli uomini con sguardo limpido. Era il poeta del triste destino, che morì prima di poter diventare il grande artista che sarebbe stato, che già è, l’onore della nostra lingua».
2.2. LA SUA EREDITÀ DOPO LA MORTE E OGGI
Durante la dittatura franchista non fu possibile riabilitare la figura e l’opera di Miguel Hernández, nonostante i tentativi compiuti.
Con l’avvento della democrazia (1975), i riconoscimenti cominciarono ad arrivare lentamente. Nel 1976 ad Alicante fu intitolato il primo istituto della Spagna a nome di Miguel Hernández, richiesta che era già stata presentata e respinta nel 1974. Nel 1981 il Comune di Orihuela acquistò quella che era stata la casa di Miguel Hernández e ne avviò il restauro nel 1985. Nel luglio 1994 fu istituita la Fondazione Culturale Miguel Hernández e nel 1996 fu fondata l’Università Miguel Hernández a Elche.
Solo nel marzo 2010, in data così tardiva, si tenne ad Alicante la “Cerimonia di consegna ai familiari di Miguel Hernández della Dichiarazione di Riparazione e Riconoscimento Personale», prevista dalla Legge 52/2007 del 26 dicembre sulla Memoria Storica.
Fu la nuora del poeta, Lucía Izquierdo, a detenere tutti i diritti d’autore sul poeta e a portare l’eredità del poeta a Elche, città in cui risiedeva. Tuttavia, un cambio di amministrazione comunale e l’ascesa al potere del Partito Popolare portarono a disaccordi nel 2012 e fu Quesada, a Jaén, città natale di Josefina Manresa, moglie di Miguel Hernández, a diventare la sede che ha finito per ospitare l’eredità del poeta. È un peccato che la politica non abbia permesso di onorare la memoria del poeta come sarebbe stato auspicabile e che la famiglia non faccia parte della Fondazione che porta il nome del poeta.
Per quanto riguarda la diffusione della sua vita e delle sue opere, spicca la miniserie in due puntate realizzata da Licardo Larranz per TVE su Miguel Hernández, trasmessa per la prima volta il 28 febbraio 2002 con Liberto Rabal e Silvia Abascal. Allo stesso modo, va sottolineato il lavoro del cantautore Joan Manuel Serrat, che già nel 1987 realizzò un primo disco con canzoni del poeta e nel 2010 ne ha pubblicato un secondo, il cui tour è partito da Elche il 23 aprile.
3. CONCLUSIONE
Nel 2010, in occasione del centenario della nascita del poeta, sono state organizzate innumerevoli attività; Miguel è stato riletto e riscoperto.
Mariano Abad e Jose Antonio Torregrosa, in un’«Antologia di 40 poesie illustrate» pubblicata nel 2010 in occasione del centenario, invitano – e io mi unisco a loro – a seppellire una volta per tutte, con questa nota con cui vorrei concludere la presente presentazione, gli stereotipi in cui sono stati incasellati la figura e l’opera di Miguel Hernández.
Lo stereotipo del poeta come «essere naturale», con la sua spontaneità, il suo primitivismo e la sua autenticità, che risponde a immagini banali del «buon selvaggio» o dell’«ingegno profano» — stereotipi che lo stesso Miguel coltivò in vita come propria «strategia di marketing» —, non rende giustizia alla verità.
Miguel ha mantenuto fino alla fine un impegno costante e sostenuto nel conoscere, assimilare e padroneggiare tutte le convenzioni letterarie precedenti alla sua epoca e predominanti nel suo tempo, per cui il suo percorso estetico ha effettivamente un carattere culturale. Come ben affermano Abad e Torregrosa, «se c’è una costante da sottolineare nella sua biografia è l’impegno costante nel unire vita e letteratura».
Il mio desiderio finale, quindi, è che questi stereotipi vengano seppelliti e che si passi a valorizzare Miguel Hernández in tutta l’ampiezza della sua meritoria lotta per un superamento creativo di sé.